Popcorn Brain

e gli effetti cognitivi dell’interazione digitale

In questo momento storico di profonda interazione on line di tutti noi e la sempre più elevata presenza dell’intelligenza artificiale nelle nostre vite, fa nascere studi e discussioni in merito a questa applicazione nella nostra quotidianità. Vediamo insieme alcuni spunti di riflessione ed eventuali soluzioni al fine di non trovarsi completamente inclusi in un modello operativo e di analisi poco social.

L’esperienza diretta della persona è una via importantissima per sviluppare capacità di problem-solving e interazione emotiva, dall’altro lato le limitazioni dell’Intelligenza Artificiale (IA) nel replicare il “buon senso” umano si evidenziano quando faticano a comprendere i contesti e a reagire in modo appropriato a situazioni emotive. Quest’ultime infatti valutano enormi quantità di dati, ma senza una visione di prospettiva.  Gli esseri umani eccellono nell’adattarsi a situazioni incerte, mentre l’IA segue spesso una logica rigida del tipo “se succede questo, allora fai quello.” Pertanto la mancanza di “buon senso” nelle IA attuali solleva questioni etiche e pratiche, specialmente in applicazioni che richiedono interazioni sociali e comprensione emotiva. Inoltre un grande limite è che l’IA non può replicare l’intelligenza emotiva delle persone.

A seguito dell’elevato utilizzo della IA da parte di tutti noi, per espletare operazioni eseguite precedentemente utilizzando la propria capacità di analisi e pensiero, aggrava ulteriormente l’individuo nelle sue capacità di indipendenza e ragionamento, portandolo a diventare “schiavo” delle applicazioni social on line e di smartphone, consolidando ahimè una dipendenza dalle apparecchiature elettroniche digitali. Nasce così il termine e concetto di “Popcorn Brain” per descrivere l’affaticamento cognitivo e la distraibilità causati dall’uso eccessivo di dispositivi, che porta a una gratificazione immediata, ma superficiale.  Le notifiche digitali stimolano il rilascio di dopamina, creando un ciclo che compromette l’attenzione, la memoria e aumenta l’ansia

Qual è la relazione tra “Popcorn Brain” e gli effetti cognitivi dell’interazione digitale?

Il “Popcorn Brain” è una condizione di affaticamento cognitivo e distraibilità. Questa condizione è associata a diverse caratteristiche cognitive negative: difficoltà nel mantenere l’attenzione, problemi comportamentali ed emotivi, di memorizzazione, sensazione di sovraccarico mentale, ansia e stress con potenziali rischi di degenerazione precoce in età adulta. Le notifiche digitali attivano il sistema di ricompensa del cervello, rilasciando dopamina e creando un ciclo di gratificazione immediata che porta a un funzionamento più superficiale e orientato al multitasking. In generale, la sovrastimolazione digitale porta a difficoltà di concentrazione, distraibilità e sensazione di sovraccarico mentale.

a popcorn in a paper tumbler

L’importanza di comprendere sia i limiti delle IA che le potenziali conseguenze negative dell’uso eccessivo della tecnologia digitale sulla salute cognitiva ed emotiva fornisce un quadro utile per comprendere gli effetti della sovrastimolazione digitale; alcune strategie offrono un punto di partenza per mitigare questi effetti.  La mindfulness e il saper gestire il tempo personale diventano strumenti necessari per alleviare e contrastare l’influenza degli effetti negativi del costante collegamento on line.  gestire il tempo in modo efficace e privilegiare le interazioni reali (face-to-face), suddividere i compiti in parti più piccole (“chunking). E’ necessario quindi trovare un equilibrio sano tra l’adozione di nuove tecnologie e la preservazione delle nostre capacità cognitive, emotive e sociali al fine di non precludere la nostra vita ad esclusive modalità automatizzate e precompilate.

Terapia dell’accettazione e dell’impegno

Nel corso della nostra vita capita spesso di dover affrontare situazioni che non abbiamo desiderato, situazioni difficili che ci impongono dei cambiamenti importanti. Può capitarci di dover accogliere la fine di una relazione importante, la perdita o il cambio del lavoro, la diagnosi di una malattia. Ed anche se i cambiamenti possono essere meno importanti possiamo comunque trovare difficoltà nell’affrontarli.
Quando veniamo investiti da un cambiamento non voluto possiamo essere invasi da emozioni negative anche molto intense (rabbia, ansia e tristezza) e quando qualcosa irrimediabilmente cambia nella nostra vita, la nostra mente è chiamata a svolgere un compito complesso ovvero mettere in atto energie per ridimensionare, ricostruire nuove motivazioni e ottimizzare tempi e risorse a nostra disposizione per il raggiungimento dei nostri obiettivi.
L’importanza dell’accettazione come processo per garantire la salute mentale e fisica è da sempre riconosciuta in ambito psicologico e negli anni si sono sviluppati protocolli terapeutici che mettono l’accettazione al centro del percorso di analisi.
Tra questi approcci spicca l’Acceptance and Commitment Therapy ovvero la terapia dell’accettazione e dell’impegno, una psicoterapia di terza generazione secondo la quale la sofferenza psicologica è causata dalla nostra poca disponibilità ad accogliere ed accettare gli spiacevoli accadimenti della vita.


La terapia dell’accettazione invita a coltivare la flessibilità psicologica ossia la disponibilità ad accogliere ed accettare tutte le esperienze mentali; come dice Nicola Maffini, psicologo e psicoterapeuta ACT, “tante volte i problemi nascono quando cerchiamo di eliminare la sofferenza dalla nostra vita”. Questa caratteristica di difesa si può anche definire evitamento esperienziale ovvero tutte quelle strategie che si mettono in atto per non sentire la sofferenza (ad es. bere alcol, droghe, gioco d’azzardo, ma anche atteggiamenti quali l’aggressività, l’isolamento) che di fatto rischiano di rallentare o bloccare i processi naturali di adattamento che la nostra mente può mettere in campo.
L’accettazione è l’opposto dell’evitamento esperienziale, significa aprirsi all’esperienza di tutte le emozioni e i pensieri senza cercare di combatterli o mandarli via. Significa riconoscere quali sono le modalità automatiche che mettiamo in campo per “evitare di sentire” ed iniziare ad esplorare la direzione di crescita di una nel vita qui e ora. Uno dei modi per accettare pensieri e emozioni spiacevoli è dato dalla pratica della mindfulness di cui ti ho già ampiamente scritto….vai alla lettura MINDFULNESS

AUTOSTIMA

In psicologia il termine autostima è usato per descrivere in senso generale il valore che una persona ha di se stessa. Può giocare un ruolo significativo nella motivazione e nel successo durante tutta la tua vita e come già hai avuto modo di comprendere, la mindfulness ha un rapporto strettissimo con l’autostima personale che a sua volta è legata alla sicurezza di sé. L’autostima infatti è profondamente influenzata dalle opinioni che abbiamo su noi stessi per ciò che concerne il passato e per il futuro. Se i nostri pensieri relativi ai nostri comportamenti passati sono positivi, con molta probabilità oggi stiamo bene con noi stessi; se invece i nostri pensieri sono caratterizzati dal rimpianto, dal biasimo o dal senso di colpa, oggi a risentirne sarà la nostra autostima. Se i pensieri su noi stessi per il futuro sono caratterizzati dall’ansia, dalla paura o da pessimismo, ne risentirà negativamente la fiducia e la sicurezza che abbiamo oggi in noi stessi. Tutto il viaggio della mindfulness è un percorso che conduce a una maggiore consapevolezza di sé, delle proprie emozioni, a una conoscenza delle trappole che ci tende la nostra mente e a una visione dei nostri pensieri non più come eventi reali ma come eventi mentali. Maggiore consapevolezza significa infatti maggiore fiducia in se stessi!

Grazie alla Mindfulness impariamo ad abbracciare ogni nostra sfaccettatura e ad accettarci incondizionatamente annullando la necessità di ottenere l’approvazione degli altri. Impariamo ad accettare l’idea che gli insuccessi e fallimenti vanno e vengono, a trattarci con compassione incondizionata. Diventiamo coscienti che la nostra vita è un processo in continua evoluzione; inoltre la consapevolezza mette a tacere i nostri pensieri giudicanti e ci fa rimanere nel momento presente. Impariamo ad accettarci esattamente come siamo e ad amarci da subito, nel presente. La pratica della mindfulness insegna a coltivare la fiducia; attraverso la meditazione impariamo ad accettare le esperienze e gli accadimenti negativi che si presentano nella nostra vita come una freccia improvvisa che colpendoci, causa un forte dolore emotivo. Questo non possiamo evitarlo; ciò che però possiamo evitare è la seconda freccia, ovvero il dolore supplementare che sperimentiamo quando reagiamo automaticamente con il pilota automatico che prende il sopravvento su di noi.

Per iniziare a lavorare sulla tua Autostima prova la Meditazione della gentilezza amorevole; per placare i giudizi e i pensieri autocritici interni, per coltivare l’accettazione e la compassione incondizionata, per imparare a perdonarti e ad amarti senza rancore, anche in caso di errori.

MINDFULNESS

Nel mondo occidentale la definizione della parola Mindfulness maggiormente seguita è quella di Jon Kabat-Zinn: “la Mindfulness è la consapevolezza che deriva dal prestare attenzione in modo intenzionale all’esperienza, nel momento presente e in modo non giudicante”.  Secondo altri autori a questi si aggiungono altri elementi quali la curiosità, l’accettazione, il non giudizio le gentilezza e la pazienza, che completano la definizione.

Coltivando la consapevolezza del nostro stato psicofisico, delle sensazioni che incessantemente arrivano al nostro corpo, delle percezioni sensoriali, delle emozioni e dei pensieri, aumentiamo la conoscenza di noi stessi.

Lo scopo finale della pratica mindfulness è quello di generalizzare ed estendere la modalità di “porre attenzione” a tutte le situazioni e i contesti della vita quotidiana. Si potrà pertanto coltivare la consapevolezza quando si guarda, si parla, si ascolta, si pensa, si mangia o si lavora, nei momenti facili e in quelli difficili. La mindfulness è uno stato mentale, “una modalità dell’essere, non orientata a scopi, il cui focus è il permettere al presente di essere com’è e di permettere a noi di essere, semplicemente, in questo presente”.

  • Il primo processo della Mindfulness è quello di disattivare il pilota automatico creando lo spazio per vedere le cose così come sono realmente e mettere in atto una risposta consapevole che permette di affrontare al meglio ogni situazione.
  • Il secondo processo ha a che fare con il riportare l’attenzione al momento presente: la mente infatti vive quasi sempre nel passato o nel futuro, creando sofferenza, preoccupazioni e rimorsi. La vita però avviene nel momento presente, qui ed ora.
  • Il terzo processo riguarda infine il non giudizio e l’accettazione: se l’atteggiamento normale è quello di giudicare e di lottare per cambiare le cose a tutti i costi, la Mindfulness insegna a perdonare e a perdonarsi e a non lottare inutilmente contro ciò che non si può cambiare.

Cosa NON è la mindfulness? La mindfulness non è solo una tecnica di rilassamento. Durante le pratiche meditative siamo invitati a portare la consapevolezza su qualunque esperienza stiamo vivendo nel momento presente, con atteggiamento accogliente e curioso, anche quando l’esperienza è sgradevole.

Non è un modo di andare in trance, di fuggire dalla realtà, non è destinata a persone straordinarie o ai santi, ma tutti la possono praticare nel proprio quotidiano. Non è una pratica religiosa nè un’attività intellettuale.

L’ideogramma cinese mindfulness è “nian” (念) che è la combinazione di due caratteri diversi con due significati. La parte superiore dell’ideogramma significa “adesso” mentre la parte inferiore significa “cuore” o “mente”. Secondo la cultura cinese quindi letteralmente indica l’atto di vivere il momento presente con il cuore. 

Se desideri iniziare a provare la mindfulness trovi delle meditazioni da seguire a questa pagina del sito clicca qui

Alcune letture per approfondire l’argomento: La scienza della meditazione (J.K.Zinn) – Metodo mindfulness (M.Williams, D.Penman)

Consolazione… non risolve, ma aiuta!

Ognuno di noi si è trovato coinvolto nel consolare un amico per un qualsiasi motivo: la fidanzata, il lavoro che va male, i figli che disobbediscono, un lutto, una malattia… e quante volte noi siamo stati ascoltati e consolati da qualcuno? Tutti gli esseri umani e animali hanno la capacità di alleviare il dolore dei propri simili, anche se non si risolve il guaio o si elimina il problema vissuto. La consolazione sottintende una relativa impotenza a cambiare le cause dello sconforto. Altresì è stata definita come una pratica psicologica che si basa su quattro punti fondamentali, che in maniera istintiva elaboriamo quando siamo in relazione con chi soffre. 

AFFETTO che rappresenta il legame intimo con la persona da consolare; senza questo non ci sarebbe la relazione con l’altro.  AZIONE poiché invita inconsciamente a mettersi in movimento e fuori dalla prostrazione caratteristica del dolore. L’ATTENZIONE rivolta a qualcos’altro, un invito a dare importanza ad altri elementi del quotidiano dell’altro(lettura, sport, natura, hobby…) ACCETTAZIONE ovvero riconoscere il momento delicato che si sta vivendo e fare pace con l’impossibilità di cambiarlo.

La consolazione “è sempre necessaria e sempre insufficiente” come affermava Comte-Sponville; poiché non è una ricerca di soluzioni ed entra in azione proprio quando il soggetto che soffre capisce che gli sforzi compiuti sono stati fallimentari.  L’attribuzione di un possibile significato alla propria sofferenza può far diminuire l’intensità delle emozioni dolorose ed accresce la positività per il futuro prossimo.

Se ti trovi in una situazione in cui scegli di consolare qualcuno rispettalo e ascoltalo senza giudizio. Esprimigli la tua vicinanza ed aiutalo nel chiarire cosa lo fa soffrire. Rimani sul suo vissuto senza generalizzare o cercare di distrarlo con altri discorsi. Sii la persona che vorresti tu al tuo fianco in caso di difficoltà emotiva.

Ritrova equilibrio e serenità con la Mindfulness